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domenica 25 maggio 2014

STIAMO SVENDENDO IL NOSTRO PATRIMONIO AGROALIMENTARE

È scandaloso che il nome comune di una ricetta tipica della tradizione italiana sia diventato un marchio registrato da una multinazionale che è stata venduta agli Stati uniti e al Giappone senza alcun legame con la realtà produttiva del Made in Italy. 
Lo afferma la Coldiretti nel commentare la cessione da parte di Unilever dei marchi Ragù e Bertolli (la divisione sughi e piatti pronti) alla giapponese Mizkan per 2,5 miliardi di dollari (circa 1,6 miliardi di euro), compresi due stabilimenti di produzione negli Stati Uniti. “Siamo di fronte a un episodio che conferma la disattenzione con cui nel passato è stato difeso il patrimonio agroalimentare nazionale. - ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - È una  lezione che dobbiamo imparare anche in riferimento al negoziato sul libero scambio in corso con gli Stati uniti, dove è in ballo la tutela delle nostre denominazioni alimentari più tipiche su un mercato dove 8 formaggi di tipo italiano su 10 sono in realtà ottenuti nel Wisconsin, in California e nello Stato di New York, dal parmesan al provolone, dall’asiago alla mozzarella.
Secondo la ricetta depositata dalla delegazione bolognese dell'Accademia italiana della cucina alla Camera di Commercio di Bologna il vero ragù è fatto con i seguenti ingredienti: polpa di manzo macinata grossa, pancetta di maiale, carota gialla, costa di sedano, cipolla, passata di pomodoro o pelati, vino bianco secco, latte intero, poco brodo, olio extravergine d’oliva o burro, sale, pepe.  Col marchio "Ragù" venduto dall’Unilever all’azienda giapponese si vendono invece improbabili varianti, denominate Pizza, Robusto, Ragù pasta, e anche una tipologia per vegetariani, ottenuta con pomodoro coltivato in California.  Un esempio di “italian sounding” che nulla ha a che fare con la tradizione italiana e che, oltre a togliere spazi di mercato al vero Made in Italy, rischia di danneggiare l’immagine della nostra gastronomia nel mondo. Complessivamente, le imitazioni di prodotti alimentari italiani nel mondo sviluppano un fatturato di 60 miliardi, pari a quasi il doppio delle esportazioni dei prodotti originali, che sono diffuse soprattutto nei Paesi più ricchi del globo. Nei diversi continenti, infatti, sono in vendita inquietanti imitazioni, dallo “Spicy thai pesto” statunitense al “Parma salami” del Messico, ma anche una curiosa “mortadela” siciliana prodotta in Brasile, un “salami calabrese” in Canada, un “provolone” nel Wisconsin, gli “chapagetti” in Corea. Le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano sono le più copiate nel mondo con il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia al Giappone, ma in vendita ci sono anche il Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina. Per non parlare del Romano, dell'Asiago e del Gorgonzola prodotti negli Stati Uniti, dove si trovano anche il Chianti californiano e pericolose clonazioni di soppressata calabrese, asiago e pomodori San Marzano, spacciate come italiane.
La multinazionale olandese Unilever aveva acquisito nel 1993 il marchio Bertolli e le attività produttive, di marketing e di vendita all' estero dalla finanziari Fisvi,  che ne era entrata in possesso poco prima a seguito della privatizzazione della Sme, la finanziaria pubblica dell’agroalimentare italiano. In seguito, le attività nel settore dell’olio Bertolli sono state cedute dall’Unilever al gruppo spagnolo SOS e, dopo alcune peripezie, sono finite l'11 aprile 2014, insieme con i marchi Sasso e Carapelli, al fondo inglese CVC Capital Partner, che ha battuto l'offerta italiana dalla joint venture formata dal Fondo Strategico Italiano (Fsi) e Qatar Holding.


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